Note di D'AntonI, Pubblica Amministrazione

La nuova legge elettorale. Si farà ?

8 milioni di persone assistono familiari, 1 su 3 senza supporto

La proposta del centrodestra sancisce la fine dei collegi uninominali al premio di mag- gioranza al 40 per cento: ecco perché il ritorno al proporzionale rafforza l’area governativa e mette alla prova un centrosinistra ancora diviso.
Le leggi elettorali, in Italia, non si concepiscono nei laboratori degli studiosi ma nelle retrobotteghe dei partiti. Non sono formule astratte: sono giacche su misura. È stato sem- pre così. La maggioranza di turno prende le misure, consulta i sondaggi e conclude sod- disfatta: «Così mi calza». Leggi elettorali per ogni governo : Mattarel- lum, Porcellum, Rosatellum. Ora arriva l’ultimo modello. C’è chi lo battezza Donzellum, dal nome dell’on Giovanni Donzelli di FdI o Melonellum, chi Stabilicum – parola che pare partorita da un creativo con la febbre (molto) alta.
Il testo è stato depositato alla Camera e al Senato. La novità è semplice, e proprio per questo sostanziale: proporzionale ovunque. Sparisce quel 25 per cento di collegi uninomi- nali maggioritari in cui chi prende un voto in più prende tutto. Addio duello secco. Si torna alla contabilità: tanti voti, tanti seggi. Perché al Centrodestra questa architettura piace?
La ragione è politica, non aritmetica. L’area che sostiene il governo di Giorgia Meloni può presentarsi in tre o quattro liste diverse, ma resta un blocco riconoscibile. L’elettore sa chi è, cosa vuole, dove si colloca. Le ri- valità non scalfiscono l’identità. Nel proporzionale le differenze programmatiche vengono alla luce senza infingimenti. Ognuno corre con il proprio simbolo, e le trattative si fanno dopo. Ma l’elettore di Centrodestra non teme l’alleato che vota: lo considera parte della stessa famiglia. Nel Centrosinistra, invece, il quadro è più frastagliato. L’elettorato è mobile, critico, talvolta incline al- l’astensione o al voto di testimonianza. Così il proporzionale finisce per premiare chi è compatto pur restando diviso e per punire chi resta diviso anche quando prova a unirsi. Oggi il Centrodestra appare come una federazione quasi naturale; il centrosinistra come un’alleanza costruita a tavolino se arriva il campo largo. Il maggioritario, al contrario, non perdona. Non puoi permetterti tre candidati dello stesso campo che si fanno concorrenza: perdi il collegio, senza appello. L’attuale coalizione è composta da partiti di peso diverso: Fratelli d’Italia è la forza trainante, Lega e Forza Italia inseguono. Nei collegi uninominali bisogna stabilire chi presenta il candidato, e lì iniziano le schermaglie: i collegi sicuri sono pochi, e nessuno li regala. Il proporzionale, invece, consente a ciascuno di misurarsi col proprio simbolo, contare i voti e solo dopo sedersi al tavolo. Con il proporzionale il partito più forte – oggi Fratelli d’Italia – incassa fino all’ultimo voto se cresce nei consensi, cresce nei seggi. Nel maggioritario, invece, deve distribuire collegi agli alleati per mantenerli in coalizione. Il partito più forte preferisce contare i voti dopo, non cederli pri- ma. Non illudiamoci, però: la legge elettorale non fabbrica i rapporti di forza. Se il campo progressista trovasse una guida solida e una linea chiara, anche il proporzionale potrebbe trasformarsi in opportunità per il centrosinistra. Le regole hanno il loro peso, ma pesano di più identità, coerenza e cultura politica. Resta poi la questione delle liste
bloccate della nuova legge. L’elettore non sceglie la persona ma il simbolo. I nomi li decidono le segreterie. Il cittadino vota, il partito nomina. Non è una novità, ma è una distanza che continua a scavarsi tra eletto ed elettore. Infine, il premio di maggioranza. La nuova legge lo assegna a chi supera il 40 per cento dei voti. Se nessuno raggiunge quella soglia, si va al ballottaggio tra i due partiti oltre il 35 per cento. È lì che si tenta l’al- chimia: trasformare una robusta minoranza in una maggioranza autosufficiente. Ogni riforma viene annunciata come la medicina definitiva contro l’instabilità. Ma la stabilità non nasce da inevitabili rapporti di forza. Nasce da un consenso autentico, da una visio- ne condivisa, da una classe dirigente capace di assumersi responsabilità.
Il resto sono solo vestiti su misura. E i vestiti prima o poi, si cambiano. Il Paese resta.

Orazio D’Antoni

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