
Solo il 40,8% di chi è in carcere oggi è alla prima carcerazione. Il 59% c’è già stato. Un sistema che non reinserisce produce recidiva e insi-curezza: lo dimostrano i dati del XXII Rapporto Antigone, mentre don Paolo Selmi della Casa della Carità ricorda che «ogni suicidio in carcere è una sconfitta per lo Stato e per la comunità».
Il XXII Rapporto sulle condizioni di detenzione in Italia, presentato il 19 maggio 2026 dopo 102 visite di monitoraggio negli istituti penitenziari di tutta la penisola. È la fotografia esatta di un sistema che si è serrato su sé stesso, sbarre dentro le sbarre, circolari su circolari, con oltre il sessanta per cento dei detenuti italiani che trascorre quasi l’intera giornata chiuso in cella. Un titolo che arriva la stessa settimana in cui, a Milano, cinque persone si sono tolte la vita dietro le sbarre, tra cui un detenuto di San Vittore ben conosciuto dagli educatori della Fondazione Casa della Carità, portando il numero dei suicidi dall’inizio del 2026 a ventiquattro. Due operatori penitenziari si sono aggiunti a quel numero, senza clamori. «Per noi le persone private della libertà non sono numeri o soggetti anonimi», dice don Paolo Selmi, presidente della Fondazione Casa della Carità. «Ma individui con una storia, una fragilità, una sofferenza.»
Gli educatori della Fondazione entrano regolarmente a San Vittore, parlano con i detenuti, costruiscono relazioni. Da qualche mese, in accordo con la direzione del carcere, hanno avviato in via sperimentale una presenza educativa nella sezione riservata alle persone ad alto rischio suicidario. I numeri del XXII Rapporto Antigone raccontano come sia arrivati fin qui. Al 30 aprile 2026 le carceri italiane ospitavano 64.436 persone, a fronte di una capienza regolamentare di 51.265 posti, che nella realtà si riduce a soli 46.318 posti effettivamente disponibili. Il tasso reale di sovraffollamento ha raggiunto il 139,1 per cento. Sono ormai settantatré gli istituti con un affollamento pari o superiore al centocinquanta per cento; in otto carceri si supera il duecento per cento. Lucca al 240%, Foggia al 225%, Grosseto al 213%, Lodi al 212%, Milano San Vittore al 210%, Brescia Canton Monbello al 210%, Udine al 210%, Latina al 204%. Gli istituti che non hanno raggiunto il tutto pieno sono appena ventidue su centottantanove in tutta Italia. Il dato più paradossale è che il governo ha annunciato da tempo un piano carceri. Eppure, dall’avvio di quel piano, i posti realmente disponibili sono diminuiti di 537 unità. I tribunali di sorveglianza, dal 2018 al 2024, hanno accolto oltre trentamila ricorsi presentati da detenuti che denunciavano trattamenti inumani o degradanti. Trentamila. Quando arrivò la sentenza Torreggiani contro l’Italia, la condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo che costrinse l’Italia a riformare il sistema penitenziario, i ricorsi presentati erano stati circa quattromila.
Oggi siamo sette volte oltre quella soglia, e il Paese tace. Il sovraffollamento non dipende da un’ondata criminale. I reati in Italia sono sostanzialmente stabili: i delitti registrati nel 2024 ammontano a circa 2,4 milioni, pressoché identici ai 2,37 milioni del 2018, con una variazione dell’1,2 per cento in sei anni. Nei primi sette mesi del 2025 i reati denunciati sono addirittura calati dell’otto per cento. Gli omicidi volontari continuano a diminuire, 326 nel 2024, contro i 341 del 2023, e anche i femminicidi mostrano una flessione nel primo trimestre del 2026. La criminalità non spiega le carceri piene. Le pene sempre più lunghe, sì. Il governo dall’inizio della legislatura ha introdotto oltre cinquantacinque nuovi reati, più di sessanta nuove aggravanti e oltre sessantacinque inasprimenti sanzionatori. Sommando i massimi edittali previsti per le nuove fattispecie, si superano complessivamente i quattrocento anni di reclusione aggiuntivi. Un’architettura repressiva che, come scrive Antigone, «non ha eguali nella storia recente». Il risultato è che in carcere non entrano più persone, gli ingressi dalla libertà sono in calo, passati da 43.489 nel 2024 a 42.005 nel 2025, ma chi ci sta, ci resta più a lungo.
Le pene si allungano. Il sistema si intasa. E il sistema delle misure alternative, che avrebbe potuto alleggerire la pressione, inizia per la prima volta a rallentare. Le prese in carico degli Uffici per l’esecuzione penale esterna per l’affidamento in prova ai servizi sociali sono state nel 2025 24.627, in calo rispetto alle 26.151 del 2024. La detenzione domiciliare ha registrato un analogo arretramento: dai 14.247 nuovi casi del 2024 ai 13.519 del 2025. Eppure, alla fine di quell’anno, 24.348 persone detenute avevano un residuo pena inferiore ai tre anni e avrebbero potuto teoricamente accedere a una misura alternativa. Di queste, 7.790 avevano meno di un anno ancora da scontare. Sono murati vivi, per usare le parole del rapporto, non per necessità di giustizia, ma per inerzia di un sistema che non vuole aprirsi. Il titolo “Tutto chiuso” descrive qualcosa di letterale. Dal 2022 al 2025, attraverso una serie di circolari del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, il carcere si è fisicamente serrato. I detenuti del circuito dell’alta sicurezza non possono più fare socialità nei corridoi delle sezioni. Le aggressioni tra detenuti sono quasi raddoppiate negli ultimi quattro anni: da 3.356 nel 2021 a 5.812 nel 2025, più 73 per cento. Gli atti turbativi dell’ordine e della sicurezza sono cresciuti del 27,6 per cento. Un carcere chiuso non è più sicuro. È solo più violento, più solo, più disperato. La disperazione si misura in morti. Nel 2025 almeno ottantadue persone si sono tolte la vita in carcere, tra loro un minore straniero non accompagnato di diciassette anni, arrivato dalla Tunisia, morto a Treviso dopo poche ore di detenzione. Dall’inizio del 2026, altri ventiquattro suicidi. In poco meno di un anno e mezzo, centosessanta persone detenute sono morte. Il tasso di suicidi in carcere è di tredici casi ogni diecimila detenuti: uno dei valori più alti degli ultimi trent’anni. Il settantacinque per cento di quei suicidi è avvenuto in sezioni a custodia chiusa.
Il carcere che si serra uccide. Un detenuto su cinque compie gesti di autolesionismo: gli atti autolesivi sono oltre 2.000 ogni diecimila presenti. Il quarantasei e mezzo per cento dei detenuti fa uso di sedativi o ipnotici. Il ventuno per cento utilizza stabilizzanti dell’umore, antipsicotici o antidepressivi. In media, ogni cento detenuti c’è uno psichiatra per sette ore a settimana e uno psicologo per sedici. In un istituto di trecento persone, significa tre ore al giorno di presenza psichiatrica. Il resto è oblio farmacologico, celle chiuse, e noia. C’è poi il fallimento silenzioso del reinserimento, che è il vero cuore della crisi. Solo il 40,8 per cento di chi è in carcere oggi è alla prima carcerazione. Il 45,9 per cento c’è già stato da una a quattro volte. Il 10,6 per cento da cinque a nove volte. Il 2,7 per cento più di dieci volte. Un sistema che non reinserisce produce recidiva, e la recidiva produce insicurezza, quella reale, non quella agitata nei decreti.
Solo il 29,3 per cento dei detenuti lavora, e l’85,6 per cento di questi lo fa alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria, spesso in mansioni poco spendibili fuori. Solo il 4,9 per cento lavora per soggetti esterni. Il 7,9 per cento frequenta corsi di formazione professionale. Il 3 per cento è iscritto all’università. L’arcivescovo di Milano Mario Delpini, nel suo ultimo Discorso alla città, aveva denunciato come le condizioni di detenzione rischino di tradire il dettato costituzionale e di alimentare rabbia, umiliazioni e risentimento invece di favorire responsabilità e recupero. L’articolo 27 della Costituzione non dice che la pena deve punire. Dice che deve tendere alla rieducazione del condannato. Quel verbo, tendere, è diventato in Italia un’ironia. Il XXII Rapporto sulle condizioni di detenzione in Italia, chiede al governo un piano Marshall per le carceri da attuare prima dell’estate, per scongiurare la strage di suicidi che ogni anno si consuma nei mesi caldi: ritiro di tutte le circolari che hanno chiuso gli istituti, misure urgenti per ridurre il sovraffollamento, accesso alla detenzione domiciliare per chi ha meno di dodici mesi di pena residua, investimenti nel lavoro professionalizzante e nell’istruzione, telefonate quotidiane, sport all’aperto, stop all’abuso dell’isolamento. E la cancellazione della norma sul delitto di rivolta penitenziaria, che rischia di trasformare in crimine ogni atto di resistenza non violenta. «Ogni suicidio in carcere è una sconfitta per lo Stato e per la comunità», conclude don Selmi. «Occorre mettere realmente al centro la dignità della persona detenuta, la cura della sofferenza mentale, il reinserimento e la responsabilità condivisa. Perché parlare di carcere significa parlare anche della qualità della nostra democrazia.» Il silenzio che avvolge le carceri italiane non è neutrale. È una scelta. Ed è una scelta che ha un costo, in vite umane, in recidiva, in sicurezza perduta. «Tutto chiuso» non è solo il titolo di un rapporto. È la diagnosi di un Paese che ha deciso di non guardare.
Orazio D’Antoni


































